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Storia

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BREVE STORIA DEI  MOVIMENTI SICILIANISTI DALLA FINE DEL XX° SECOLO AL  2005


Sul finire del ventesimo secolo, e più precisamente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 sorgono spontaneamente nell’Isola numerosi gruppi sicilianisti: alcuni di ispirazione indipendentista altri, invece, di tendenza autonomista.  Invero, in quegli anni, l’orgoglio di essere siciliani rifiorisce un po’ dovunque: si manifesta chiaramente, specie nelle città più importanti della Sicilia, una sempre più marcata avversione verso i partiti tradizionali, ai quali si addebita la responsabilità di non avere tutelato in alcun modo gli interessi della Sicilia e dei Siciliani e di non avere mai assunto le opportune iniziative di protesta contro le evidenti manovre del governo centrale volte a proteggere le realtà industriali del Nord a tutto discapito delle piccole imprese del Sud e, in particolare, di quelle siciliane.   
Si costituiscono via via associazioni politico-culturali e movimenti che si prefiggono lo scopo di diffondere la cultura e le tradizioni siciliane e di valorizzare i beni artistici, archeologici ed architettonici sparsi nell’Isola, di sfruttare le risorse naturali e turistiche della Sicilia, di combattere la delinquenza mafiosa e di educare le nuove generazioni di siciliani alla legalità, di pubblicizzare in ogni modo e commercializzare in maniera organizzata i prodotti tipici artigianali, agricoli ed industriali dell’Isola; il tutto finalizzato alla crescita culturale, economica e sociale della Regione Siciliana.  
I gruppi che in quegli anni si affermano nell’Isola sono numerosi e variegati, ma assolutamente  scollegati tra loro:  un pullulare di piccoli nuclei sempre isolati e privi di iniziative politiche concrete, che vanno spesso a contrapporsi, piuttosto che ad unirsi, ai partitini ed ai movimenti già esistenti.    Per molti anni (già dal 1964) ha primeggiato, in una sorta di sdegnoso isolamento, il Fronte Nazionale Siciliano facente capo a Giuseppe Scianò; sulle orme del Fronte e nel ricordo del M.I.S., ma senza  avvicinarsi a Scianò ed aggregarsi al suo gruppo, si sono poi costituiti via via altri gruppi: si pensi al Fronte Giustizialista Siciliano, alla Federazione Siciliana di Antonino Impellizzeri, al Movimento di Rinascita Siciliana di Vito Vinci, a Terra e Liberazione di Mario Di Mauro, all’Unione Popolare Siciliana di Ernesto Di Fresco, alla Federazione dei Movimenti per la Sicilia di Renato Sgroi Santagati, alla Lega per l’Indipendenza della Sicilia di Salvatore Emanuele, al Movimento dei Cittadini Liberi “Euno” di Liborio La Vigna, a “Noi Siciliani” guidati dal dott. Romano Scardina e dai fratelli Antonio e Andrea Piraino.       
Solo tra la fine del 1995 ed i primi mesi del 1996, si cominciano a vedere le prime operazioni di avvicinamento tra i gruppi sicilianisti operanti nell’Isola: ci si rende conto della necessità di riunire i mille rivoli del sicilianismo isolano e, così, superando le divergenze ideologiche e l’individualismo dei vari leaders, si  cominciano a tentare finalmente, dapprima, delle mere alleanze elettorali (come quella intervenuta tra il Fronte Nazionale Siciliano e Noi Siciliani, che sfiora il successo alle politiche superando i settantacinquemila voti e conquista alle successive regionali un seggio all’ARS) e poi le prime fusioni vere e proprie.  La prima concreta fusione tra movimenti sicilianisti è quella che, su iniziativa dell’avvocato catanese Renato Sgroi Santagati, porta nel 1996 alla costituzione del Partito Siciliano d’Azione:  si fondono tra loro, infatti, la “Federazione dei Movimenti per la Sicilia” (Sgroi Santagati), “La Sicilia per la Sicilia” (Arcangelo D’Antonio), “Rinnovamento Siciliano” (Mario Solina), “I Liberi di Sicilia” (Nino Italico Amico), “La Sicilia ai Siciliani” (Pippo Luciano e Salvo Zanghì), “Sicilia Euromediterranea” (Stefano Massimino) ed altri movimenti più piccoli per creare un unico soggetto politico che, sotto la guida dei tre segretari Sgroi Santagati, Amico e D’antonio,  riesce presto a dialogare nelle realtà locali ed in quella regionale con le altre forze politiche, giungendo addirittura ad inserirsi, a livello europeo, nel Gruppo dei Partiti Autonomisti Europei (ALE).  In poco tempo, il Partito Siciliano d’Azione si guadagna un sia pure piccolo spazio nel contesto politico siciliano ed assume il ruolo di paladino delle prerogative statutarie. Tuttavia, gli sforzi dei tre segretari continuano ad essere protesi verso l’unificazione di tutte le forze sicilianiste dell’Isola in un unico grande partito siciliano che prescinda dalle diversità delle varie ideologie ed assuma il ruolo che nelle altre regioni a statuto speciale hanno assunto l’Union Valdotaine, il Sud Tirolo VP ed il Partito Sardo d’Azione.
Mentre continuano a sorgere altri piccoli movimenti (quali, ad esempio, i Federalisti Comunitari di Erasmo Vecchio e di Beppe De Sanctis e L’Altra Sicilia di Francesco Paolo Catania e di Valeria Giunta), si presenta ai dirigenti del Partito Siciliano d’Azione l’occasione per una nuova e più corposa fusione.    Nel 1999, di seguito ad un fortuito incontro tra il notaio Nino Italico Amico e il deputato regionale Bartolo Pellegrino, un noto politico socialista che ha da poco organizzato il “ribaltino” all’ARS determinando il cambio della guardia tra il governo di centro-sinistra Capodicasa ed il Governo di centro-destra Leanza,  Pellegrino lascia il partito di Dini, “Rinnovamento Italiano”,  crea un piccolo gruppo di deputati regionali cui dà la denominazione di “Rinnovamento Siciliano” ed apre un dialogo serrato  con gli ingenui ed  idealisti leaders del Partito Siciliano d’Azione, i quali da tempo, peraltro, sono alla ricerca di un politico di razza che sposi la causa autonomista e si intesti la battaglia necessaria per fare applicare dal parlamento regionale le norme statutarie.     L’anziano leader socialista viene così a conoscenza del progetto autonomista di quel piccolo partito e, intuendone le potenzialità, si dice subito disponibile a fondare, insieme ai tre segretari del Partito Siciliano d’Azione, un nuovo soggetto politico in grado di realizzare concretamente quel progetto.  E’ così che Bartolo Pellegrino approda  al “sicilianismo”.
In breve tempo, l’anziano ed accattivante leader si accaparra la fiducia di due dei tre segretari del Partito Siciliano d’Azione (D’Antonio e Amico); ci vogliono invece molti mesi di riunioni e di discussioni per superare la diffidenza del terzo segretario (Renato Sgroi Santagati),  ma  Bartolo Pellegrino riesce infine a trovare un’intesa anche con lui: per convincerlo e conquistarne la fiducia  egli promette a Sgroi Santagati di fare tutto il possibile per realizzare il progetto del Partito Siciliano d’Azione e quindi di porre alla base del programma del costituendo nuovo soggetto politico il proposito di “trasformare la Regione, da area di conflitto di interessi particolari, in strumento di programmazione delle risorse, di erogazione di servizi e di propulsione dello sviluppo civile economico e sociale dell’Isola…attraverso iniziative adeguate e procedure snelle e vivaci, attivando un’autonomia sostanziale nella quale debbono essere valorizzate le risorse delle quali l’Isola dispone (agricoltura, turismo, artigianato, commercio, beni culturali)…”.
Pellegrino, invero, intuisce che, alla soglia del terzo millennio, solo un progetto autonomista e federalista può apparire nuovo ed inedito ai Siciliani nel momento in cui essi, stanchi delle promesse mai mantenute dai politici isolani, sempre più apertamente si allontanano dai partiti nazionali che fino ad allora li avevano comandati a bacchetta:  egli si rende conto della esigenza di un qualcosa di nuovo che i Siciliani inconsapevolmente cercano e, di conseguenza, si intesta volentieri la “patente  sicilianista” che gli viene ingenuamente offerta dalla presenza, nella costituente di  “Nuova Sicilia”, degli autonomisti del Partito Siciliano d’Azione.
Quella “patente” è ciò che serve al furbo leader socialista per sdoganare, come espressione dell’autonomismo e del sicilianismo, il nuovo soggetto politico nella Sicilia del terzo millennio.
Nasce così “Nuova Sicilia”: dalla fusione tra il Partito Siciliano d’Azione (guidato da Sgroi Santagati, da D’Antonio e da Amico), la componente siciliana di Rinnovamento Italiano (guidata da Pellegrino),  I liberaldemocratici (di Nicolò Nicolosi) e  Società Aperta (un gruppo presente nel messinese, guidato da Francesco Cimino).  La presidenza del nuovo soggetto politico viene formalmente consegnata alla esperienza politica di Bartolo Pellegrino, il quale si mette subito all’opera.
In Nuova Sicilia entrano ben presto numerosi consiglieri comunali e provinciali provenienti da altri partiti: invero, si tratta quasi sempre di transfughi mossi più dall’opportunismo  che                                                                                               dall’ideologia.  D’altro canto,  Pellegrino è bravissimo nel promettere tutto a tutti (cosa che in politica, si sa, attira le adesioni più di quanto il miele attiri le api).      Ma spesso i transfughi vogliono cogliere subito il frutto del cambio di casacca, non vogliono attendere: e, così, si assiste ben presto ad uno strabiliante turn-over di politici che, con la stessa facilità e con la stessa disinvoltura con cui sono entrati in nuova Sicilia, ne escono allorché si rendono conto che Pellegrino non può mantenere ciò che ha loro promesso.
Peraltro, come è noto,  il lupo perde il pelo ma non il vizio e così Bartolo Pellegrino  mette ben presto da parte i buoni propositi (ammesso che ne abbia mai avuti) e, forte della sua lunga esperienza di socialista della cosiddetta “prima repubblica”,  ricomincia a fare la politica della contrattazione e degli espedienti per  cooptare altri transfughi e per ottenere collegi, assessorati e posti di sottogoverno. Così, egli consolida il patto di ferro stretto a suo tempo (all’epoca del “ribaltino”) con Gianfranco Miccichè, con Forza Italia e con Alleanza Nazionale e, schierandosi con la Casa delle Libertà, alle  “politiche” riesce a fare eleggere senatore Liborio Ognibene  nelle file di Forza Italia e deputato nazionale Nicolò Nicolosi  nelle file di Alleanza Nazionale, per di più ottenendo, per se stesso prima e per il suo fido Parlavecchio poi, l’Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente.   Si consolida, in quel periodo, anche l’accordo tra Pellegrino ed il catanese Rotella (espressione politica, quest’ultimo, dell’associazione religiosa “Lavinia” guidata da Piero Capuana, suo capo spirituale): l’amicizia tra Pellegrino e Rotella, peraltro, risale al tempo in cui  entrambi militavano nel partito di Dini.
Ma la disomogeneità delle componenti del movimento e la conflittualità che si va sempre più evidenziando tra Pellegrino e Nicolosi, frattanto, costituiscono ben presto gli aspetti più preoccupanti all’interno di Nuova Sicilia.   E’ proprio vero: due galli in un pollaio non possono convivere. Ed infatti, a poco più di un anno dalla nascita di Nuova Sicilia, Pellegrino litiga con Nicolosi e questi lascia Nuova Sicilia per fondare, insieme ad Arcangelo D’Antonio e ad altri, un nuovo soggetto politico, “Patto per la Sicilia”, che poi non sarà altro se non un inutile duplicato di Nuova Sicilia.
La scissione, in un primo tempo, sembra nuocere ad entrambi, ma poi l’esperienza di Pellegrino e la sua capacità di correre in lungo ed in largo per la Sicilia hanno la meglio e, mentre il gruppo di Nicolosi si afferma solo nel palermitano, nelle altre provincie Nuova Sicilia fa la parte del leone.     
Il movimento di Pellegrino, in quel periodo, sembra decollare alla grande.   Alle elezioni regionali del 2001 Nuova Sicilia conquista quattro seggi e, con l’ingresso di un altro deputato regionale insedia il proprio “gruppo” in seno al Parlamento Siciliano.  La Sicilia sembra avere acquisito finalmente quel partito autonomista, paladino delle prerogative statutarie, che i fondatori del Partito Siciliano d’Azione avevano sognato e tentato di realizzare.  
Ma, purtroppo, non è così.  Molto presto, infatti, il sicilianismo di Bartolo Pellegrino si rivela privo di contenuti concreti: è  evidente che si tratta di un sicilianismo di facciata, che non produce nulla di nuovo né di buono per la Sicilia, una sorta di specchietto per le allodole che non realizza affatto il progetto autonomista che il presidente di Nuova Sicilia, per conquistare la fiducia di Renato Sgroi Santagati e convincerlo a dare vita  al nuovo soggetto politico sicilianista, aveva promesso di difendere ad ogni costo nelle sedi istituzionali.
Uno dei primi segnali dello scarso impegno sicilianista del leader di Nuova Sicilia si manifesta  pochi mesi dopo le elezioni regionali del 2001, allorché l’Assessore al Bilancio Alessandro Pagano (di Forza Italia) induce il neo-eletto Governatore Cuffaro a stipulare con il Governo nazionale guidato da Silvio Berlusconi (guarda caso leader di Forza Italia) una transazione estremamente svantaggiosa per la Sicilia in forza della quale lo Stato Italiano estingue il proprio debito nei confronti della Regione Siciliana (ammontante ad alcune decine di migliaia di miliardi di vecchie lire) obbligandosi a versarle, a saldo e stralcio, una somma pari al dieci per cento dell’intero importo dovutole in applicazione dell’art. 38  dello Statuto Speciale Siciliano, per di più da pagarsi in dieci rate annuali e senza interessi.     Il silenzio di Nuova Sicilia di fronte alla scellerata  transazione, chiaramente lesiva ancora una volta degli interessi della Sicilia e dei Siciliani, indigna l’ala autenticamente sicilianista di Nuova Sicilia, ormai guidata dal solo Sgroi Santagati, il quale dapprima cerca in più riprese di spingere Pellegrino ad organizzare una qualsiasi manifestazione di protesta e poi, sconcertato di fronte alla sua indifferenza ed alla inerzia dell’intera dirigenza del partito,  accusa  Pellegrino di non avere tenuto fede al patto iniziale, e cioè di non avere difeso in alcuna occasione gli interessi del popolo siciliano né in Sicilia né a Roma né a Bruxelles e di avere fatto di Nuova Sicilia “una sorta di succursale di Forza Italia”:  ma Pellegrino, incurante delle critiche dei sicilianisti, candida  alle “europee” Eleonora Lo Curto nella liste di Forza Italia, stringe una nuova alleanza con i riformisti, aprendo le porte ai vari Gunnella, Susinni, Nicotra, Puglisi e Germanà e, da ultimo, inventa la candidatura-civetta di Mario Petrina a sindaco di Catania al solo scopo di potere barattare la rinuncia alla candidatura di Petrina con qualche assessorato, operazione, questa, che suscita lo sdegno del gruppo sicilianista di Sgroi Santagati, inducendolo ad allontanarsi definitivamente da Nuova Sicilia nel settembre del 2004.
Di fatto, da quel momento, Nuova Sicilia non ha più nulla di autenticamente sicilianista. Il turn-over si fa ancora più frenetico; adesso, però, quelli che entrano in Nuova Sicilia sono sempre meno numerosi, mentre sempre più numerosi sono quelli che lasciano il partito di Pellegrino:  le promesse non mantenute di quest’ultimo e la notoria “latitanza” di Nuova Sicilia nelle varie occasioni in cui si sarebbe resa necessaria la difesa ad oltranza dei  diritti del popolo siciliano condannano Pellegrino e la sua compagine alla sconfitta ed  all’isolamento.  Invano l’anziano leader socialista va a bussare ancora una volta alla porta di Forza Italia per tentare di nuovo, con la solita minaccia  “o si fa sul  serio o facciamo da soli”, di ottenere da Berlusconi  collegi, ministeri, posti di sottogoverno e quant’altro     (così suffragando la tesi di chi da tempo sostiene  che Nuova Sicilia altro non è se non una sorta di “succursale” di Forza Italia).
Frattanto, dopo avere lasciato Nuova Sicilia, Renato Sgroi Santagati convoca per la fine del settembre 2004 a Castel di Judica gli autonomisti, i separatisti, gli indipendentisti ed i federalisti operanti nell’Isola e, dopo un chiaro e leale confronto, pone le basi per riunire ancora una volta i vari gruppi sicilianisti in una costituenda associazione politico-culturale.    Tale associazione viene costituita a Catania il giorno  11 dicembre 2004 sotto la denominazione “MO.SI.F.  (Movimenti Sicilianisti Federati) - RINASCITA SICILIANA”, a suggellare il patto di lealtà e di amicizia tra Renato Sgroi Santagati e Vito Vinci, il separatista leader carismatico del Movimento Rinascita Siciliana, da lui fondato già negli anni ‘80.
Da lì qualche mese, Raffaele Lombardo, da poco eletto Presidente della Provincia Regionale di Catania,  prende le distanze dal suo partito (l’UDC) ed assume delle iniziative che si caratterizzano subito per essere ostentatamente autonomiste;  dopo alcuni incontri con l’autonomista Sgroi Santagati, egli crea in occasione delle elezioni comunali catanesi alcune liste civiche dichiaratamente autonomiste (collegate fra loro proprio dal collante della ideologia autonomista) e consegue un successo senza precedenti superando il venti per cento dei consensi.    Sulla scia di questo eclatante successo, Raffaele Lombardo fonda il Movimento per l’Autonomia.     Lombardo  e Sgroi Santagati si intendono subito sul tema dell’Autonomia: essi si conoscevano già perché già all’inizio degli anni ’90 Sgroi Santagati aveva chiesto, invero inutilmente, a Raffaele Lombardo di mettersi alla testa dei movimenti sicilianisti dell’Isola.     Stavolta, però, il senso pratico e l’esperienza politica del primo e la carica ideale e la generosità del secondo   non lasciano spazio ad esitazioni di sorta.   Sgroi Santagati offre subito, fin dall’inizio, a Lombardo una collaborazione piena, incondizionata e leale, mettendogli immediatamente a disposizione, oltre che la propria opera, anche tutte le potenzialità espresse dai Sicilianisti dell’associazione MO.SI.F. - RINASCITA SICILIANA, associazione che, immediatamente, aderisce ufficialmente al Movimento per l’Autonomia divenendo parte attiva, qualificata e qualificante dello stesso Movimento.   .
Lombardo ed il suo movimento salgono presto sulla cresta dell’onda. I successi elettorali si susseguono l’uno dopo l’altro e Raffaele Lombardo viene presto acclamato dappertutto (non solo in Sicilia e nel Meridione d’Italia, ma addirittura anche in alcune regioni del Nord) come il “leader dell’autonomia”: i consensi si sommano ai consensi e le file degli autonomisti lombardiani si ingrossano al punto da dare al Movimento un respiro e delle dimensioni nazionali ed europee.  
Lo stesso Bartolo Pellegrino finisce per bussare alla porta di  Lombardo e del MpA.   Ed invero egli viene  accolto molto bene; ma poi, chissà perché, con la stessa facilità con cui è entrato nel MpA,  ne esce   dopo qualche mese, lasciando però nel Movimento per l’Autonomia la maggior parte dei suoi uomini (tra gli altri, Capuana, Nicotra, Rosano, Rotella,  Ruggirello, Susinni e Vecchio), i quali non lo seguono preferendo rimanere con Lombardo.    

Il Movimento per l’Autonomia, frattanto, continua a crescere dentro e fuori la Sicilia:  celebra a Bari il suo primo Congresso e si propaga anche al Centro ed al Nord della Penisola.  Lombardo comprende bene che deve adoprarsi per consolidare il proprio successo e per gestirlo bene.  Da politico accorto ed intelligente, sa bene che deve fare tesoro delle altrui esperienze negative, analizzare gli errori di chi in passato è giunto ad un passo dall’obiettivo senza conseguirlo e fare di tutto per non incorrervi a propria volta: e, per fare questo, nulla può aiutarlo più di quanto possa  la conoscenza della Storia.   Lombardo sa bene, ad esempio, dove si arenò l’azione politica di Andrea Finocchiaro Aprile.     Da vecchio politico di professione, Finocchiaro Aprile sapeva bene che la politica è l’arte del compromesso e, conseguentemente, alla maniera dei politici trasformisti (alla cui categoria, in fondo, egli apparteneva), strizzava l’occhio a tutti, dai latifondisti agli anarchici, cercando di fare dell’indipendentismo un movimento al di sopra delle parti, insomma trasversale, una sorta di cornice nazionalistica “siciliana” buona per raccogliere al suo interno le varie tendenze politiche, anche le più estreme.  L’idea di Finocchiaro Aprile era certamente valida (e lo è anora oggi, anche se si parla di autonomia piuttosto che di indipendenza), ma incontrava un limite  nella sua stessa personalità:  assai spesso egli, da politico particolarmente attento alle strategie elettorali, “non guardava per il sottile pur di ingrossare il movimento in tutte le direzioni” e quindi, pur di fare numeri, tollerava la presenza nel movimento di arrivisti e di tornacontisti d’ogni genere, privi di scrupoli e di ideali, che invece avrebbe dovuto  accuratamente tenere fuori dal M.I.S.
Orbene, il rischio che potrebbe correre oggi il Movimento per l’Autonomia è dello stesso tipo, visto il cospicuo numero di finti sicilianisti che, solo per bramosia di potere e senza peraltro avere neppure la più pallida idea di cosa sia l’autonomia o di cosa sia lo Statuto Speciale, si autoproclamano autonomisti e fondano movimenti o partiti ad hoc (di cui, ovviamente,  divengono i leaders incontrastati) per poi bussare alla porta del movimento di Raffaele Lombardo chiedendogli un ruolo di primaria importanza in cambio dei voti di cui si dicono portatori.
Orbene, è venuto il momento che tutti i sicilianisti  (o pseudo tali) sparsi nell’Isola (anche quelli che dovessero ancora essere tentati di percorrere da soli la strada dell’autonomia    - senza capire che da soli non si fa molta strada -) vadano a bussare alla porta di Lombardo e ad offrirgli  aiuto e collaborazione per dare una maggiore solidità al MpA e concretizzare così definitivamente la formazione di quel partito unitario e forte che, da sempre, costituisce, per la Sicilia e per i Siciliani, l’unica speranza di vedere finalmente attuate le prerogative statutarie che costituiscono il vero concreto fondamento dell’autonomia siciliana; per le altre regioni d’Italia, la speranza di ottenere (magari insieme alla Lega Nord) uno statuto simile a quello siciliano, cioè lo strumento ideale per realizzare concretamente il progetto federalista da tutti oggi teorizzato ed enfatizzato.   
E allora, invece di rivendicare, attraverso le conferenze stampa ed i comizi elettorali, primogeniture autonomiste o sicilianiste, abbiano i vari “capi” dei gruppi sicilianisti, autonomisti, separatisti, meridionalisti e federalisti disseminati nel Paese  l’umiltà ed il buon senso di mettere la propria esperienza ed il proprio patrimonio culturale ed elettorale a disposizione della causa autonomista, riconoscendo, una volta per tutte, che l’indiscusso alfiere degli ideali autonomisti è oggi quel Raffaele Lombardo che, dappertutto nel Paese, è unanimemente acclamato come “il leader  dell’Autonomia”.*

Gennaio 2006

Salvatore Scuderi


* Articolo pubblicato su “Ad Alta Voce”