| 12 Marzo 2011
L’Unione Europea ha compiuto da poco cinquanta anni e qualche breve riflessione si impone. E’ tempo di chiedersi se essa costituisce oggi, in effetti, la normale proiezione dell’idea che originariamente mosse i “padri costituenti” ad avviare il processo di costruzione di un’Europa “democratica, unita, forte, rispettosa delle differenze…”, insomma di un vero e proprio Stato Europeo, oppure se di quella idea, nella odierna realtà europea, è rimasto ben poco.
La prima riflessione riguarda proprio il processo di integrazione europea e si svolge in due punti. Primo punto: la costruzione dell’integrazione europea, in realtà, inizia solo nel 1992, con la firma del trattato di Maastricht: fino ad allora, infatti, l’Europa unita costituiva solo una prima risposta alla esigenza di un principio fondante volto ad eliminare l’orrore della guerra dalle coscienze e dalla stessa esistenza dei cittadini dei vari Stati del continente europeo.
Secondo punto: siamo piuttosto lontani dalla concreta realizzazione di una Europa “democratica”, giusta, forte e rispettosa delle differenze; l’Unione Europea, così come si presenta oggi, anzi, non dà affatto l’idea della democraticità in quanto manca, nella sua struttura politica, il collegamento diretto con i cittadini degli Stati che la compongono; l’unica istituzione comunitaria eletta direttamente è il parlamento europeo, mentre, per il resto, l’U.E. si presenta come una sorta di super-stato continentale, sempre più centralista ed invadente, il cui vertice (a Bruxelles) evoca a sé sempre maggiori poteri ed assume le decisioni senza prima consultare i vari popoli che la compongono, cioè gli unici legittimati ad operare le scelte politiche.
Altra riflessione. Se è vero che non esiste più, all’interno degli Stati che costituiscono l’U.E., alcun settore della vita nel quale non si riscontri l’ingerenza da parte di Bruxelles, è altrettanto vero che la sua moneta unica (l’euro), lungi dall’essere portatrice di maggiore benessere, si è rivelata una sorta di strumento diabolico voluto e controllato (per di più incontrastatamente) dalle potenti lobbies tecnocratiche ed oligarchiche transnazionali, ben lontane dai cittadini e dai loro interessi. Non si tratta più, allora, di temere il sorgere di un super-stato tedesco o franco-tedesco che mira a prevalere sugli altri Stati: il rischio maggiore, a questo punto, lo corre la stessa libertà dei cittadini atteso che il trasferimento della sovranità e delle competenze verso Bruxelles sta spogliando, di fatto, i singoli popoli europei della loro voce.
Se si dovesse continuare per questa strada, quindi, naufragherebbe assai presto il vecchio sogno di costruire un’Europa dei Popoli (o, se lo si preferisce, delle Regioni), retta su un modello confederale e fondata sul principio di sussidiarietà, un’Europa in cui i vari Stati membri possano mantenere inalterate le proprie rispettive sovranità e le varie Regioni, a propria volta, possano vedere riconosciute le proprie identità con le relative proprie specificità e differenze.
Orbene, l’Europa che gli autonomisti vogliono è proprio quella delle Regioni (o dei Popoli), basata appunto su un nuovo principio di partecipazione popolare e su un pieno coinvolgimento dei cittadini dei vari territori: solo attraverso il rispetto dei popoli e delle diverse tradizioni delle varie regioni europee si potrà creare un modello democratico europeo regolato dalla sussidiarietà ad ogni livello e caratterizzato dal rispetto della libertà dei cittadini. Per raggiungere lo scopo, ovviamente, è necessario modificare profondamente il testo della Costituzione per l’Europa proposto dal Trattato, atteso che tale testo è molto distante dalle reali esigenze dei cittadini europei. Chi controlla oggi questa Europa non lo consentirebbe mai!!!
Un’ultima riflessione. Non c’è dubbio che il continente europeo è stato da sempre caratterizzato da una pluralità di culture e di tradizioni, ma è anche evidente che il nostro continente sta cercando, in questo momento, una comunanza di valori e di radici per dare vita ad una vera e propria “identità europea” che deve partire dall’esigenza del rispetto delle differenze oltre che dalla condivisione di una storia comune e di un comune principio fondante. Ora, poiché storicamente l’uomo europeo si è da sempre distinto nella sua etica comportamentale per un insieme di valori che trovavano la propria fonte nel comune sentire cristiano, occorre oggi che gli europei riscoprano, nell’interesse delle future generazioni europee, le comuni radici cristiane su cui da sempre si fonda l’Europa e le riconoscano nuovamente e solennemente come base comune sulla quale si deve fondare l’Unione Europea, intesa come “insieme di popoli diversi uniti dal comune sentire cristiano”. Proprio il riconoscimento dell’importanza dei valori religiosi che hanno contribuito per due millenni alla crescita ed al progresso della civiltà europea può oggi rappresentare un elemento essenziale del processo di integrazione europeo e, al tempo stesso, può costituire il principio fondante di una nuova Unione Europea rispettosa della diversità dei popoli che la compongono, della loro libertà e dei loro diritti e, conseguentemente, atto a coniugarne l’unità e la diversità.
Ma, ahimè, questa costruzione rischia oggi di non trovare pratica realizzazione a causa della vera e propria invasione che l’Europa sta inconsapevolmente subendo per via della epocale immigrazione proveniente dai paesi del Nord-Africa: fenomeno che, è legittimo sospettarlo, ha una forte connotazione islamica e che, comunque, di cristiano non ha proprio nulla (eccezion fatta per lo solidarietà e la tolleranza che caratterizzano l’accoglienza che alcune regioni europee, tra le quali certamente si può annoverare
Catania marzo 2011
Renato Sgroi Santagati






