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E se quest'anno, insieme all'Italia, si "destassero" finalmente anche gli elettori?

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L’Italia è attraversata da una ventata di novità politiche che, in massima parte, sono conseguenza della profonda e conclamata crisi del vecchio sistema partitocratico, anche se questo è duro a morire e disperatamente si ricicla mediante vere e proprie operazioni di trasformismo, degne delle migliori tradizioni teatrali e circensi.

Gli Italiani, invero, stretti nella morsa di una immane crisi economica mondiale e confusi dalle ormai evidenti carenze di un sistema politico rotto a tutte le intemperie ed incapace di rispondere alle legittime esigenze della popolazione, danno la sensazione di andare avanti per forza di inerzia e di essere in attesa, quasi apaticamente, di qualcosa di nuovo che non sanno essi stessi definire.

 

Ma non è così. La gente, stanca delle promesse formulate nelle innumerevoli campagne elettorali e mai mantenute da politicanti improvvisati e privi di scrupoli, stanca di essere amministrata da burocrati ignavi ed inefficienti, stanca di essere tartassata da un Fisco sempre più avido, stanca di registrare a tutti i livelli ed in tutti i settori, incompetenza e disfunzioni (nella Giustizia, nella Sanità, nella Pubblica Istruzione, nei Trasporti, nella Sicurezza, nei lavori Pubblici, etc.), non ne può più e reclama con forza operosità, cultura, efficienza, trasparenza, sicurezza e sana amministrazione.

Per oltre cinquanta anni i partiti politici nazionali e le loro segreterie hanno governato il Paese ostentando metodi democratici che in realtà hanno sempre più spesso mortificato e svilito la democrazia fino a fare rimpiangere altre forme di governo che nulla hanno a che vedere con la democrazia. Ecco perchè oggi la gente guarda alla politica partitocratrica con diffidenza e se ne allontana: soprattutto i giovani, poi, non vogliono nemmeno sentire parlare di politica!  Eppure, nonostante tale disaffezione  conclamata, la partitocrazia non demorde ed i politici, anche i più scadenti, pretendono di conservare il potere ad ogni costo.  

Un tempo (invero non lontano), in politica, la scelta di campo era fondamentalmente una scelta ideologica. Erano gli ideali a determinare l’adesione prima e l’appartenenza poi ad un partito di: destra, di sinistra o di centro.

Le generazioni precedenti alla nostra venivano preparate, fin dai primi anni di scuola, alle scelte politico-ideologiche. Talora, magari, interferivano in qualche misura i condizionamenti dei genitori o degli insegnanti, ma non si può dire, in linea di massima, che ai giovani non rimanesse una certa libertà di scelta.

Negli ultimi decenni, purtroppo, le cose sono lentamente, ma radicalmente, cambiate. Il progressivo ed inesorabile affievolimento dei valori etici ha portato le ultime generazioni a mettere da parte gli ideali ed a privilegiare il tornaconto. Ed il venir meno delle basi ideologiche ha ben presto spezzato il sentimento dell’appartenenza che legava tra loro il partito ed i suoi iscritti. Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: i salti da uno schieramento all’altro, i ribaltini, i ribaltoni, il mercato delle candidature, il voto di scambio, le congiure di palazzo, le opposizioni preconcette,  la ricerca e la strumentalizzazione degli scandali, la strumentalizzazione del potere mediatico, la corsa sfrenata ai posti di governo e chi più ne ha più ne metta… Ma, soprattutto, una sempre più diffusa sfiducia e spesso un vero e proprio disprezzo, specie da parte dei giovani, nei confronti della politica e della sua classe dirigente. 

In verità, se si osservano con attenzione, i giovani si dividono oggi in due categorie: da una parte, quelli che detestano la politica e non vogliono neanche sentirne parlare; dall’altra, quelli che, pur non amandola (o addirittura disprezzandola), vedono nella politica la soluzione più rapida al problema della sistemazione, insomma una sorta di moderno ed efficiente ufficio di collocamento.

Non vi è dubbio che entrambe le categorie hanno una visione distorta della politica ed è anche evidente che non hanno ragione né l’una né l’altra. A mio sommesso avviso, però, la responsabilità di questa sorta di disaffezione delle nuove generazioni nei confronti della politica va, in gran parte, addebitata ai politici delle precedenti generazioni: in particolare a quelli di loro che nel passato (più o meno remoto), nell’amministrare la cosa pubblica, non esitarono a “sporcarsi le mani” ed a coloro che, per pigrizia o per timore, non vollero scendere in campo, magari adducendo - più o meno pretestuosamente - che la politica esigeva compromessi che non si addicevano alle persone oneste. A questi ultimi, poi, a mio avviso, vanno ascritte le maggiori responsabilità: essi, infatti, non scendendo in campo in prima persona, consentirono a coloro che non si facevano scrupolo di accedere ai più inconfessabili compromessi di impadronirsi del potere politico e delle Istituzioni.

In ogni caso, tanto gli uni quanto gli altri diedero un pessimo esempio ai giovani di allora e crearono i presupposti per un progressivo degrado della politica che, fino ai giorni nostri, non si è mai fermato.

Orbene, se è vero che rivedere criticamente il passato può servire a rendere migliore il futuro, dobbiamo fare tutto quanto è in nostro potere perché i nostri figli non ci addebitino, domani, la gravissima responsabilità di avere consegnato loro una società corrotta e priva di prospettive. E per evitare un siffatto addebito dobbiamo avere, in primo luogo, il coraggio di batterci in prima persona, per cambiare le cose (o, quantomeno, per avviare un processo di cambiamento) e, in secondo luogo, la saggezza di scegliere attentamente, con coscienza e con la massima prudenza, coloro ai quali intendiamo affidare il compito di amministrare la cosa pubblica.

In tale ottica, diviene allora indispensabile che i migliori, cioè coloro che sanno di essere persone oneste e capaci di bene amministrare, scendano in campo nelle future competizioni elettorali, con determinazione e senza falsa modestia, per riappropriarsi del governo della “cosa pubblica” nell’interesse della collettività (e non per proprio tornaconto); ed è, di converso, altrettanto indispensabile che la collettività elegga i migliori, senza indulgere a compromessi e senza favorire parenti ed amici (magari incapaci o spregiudicati) nella sola speranza di riceverne poi i favori.

La società odierna ha necessità assoluta di essere diretta ed amministrata, sia sotto il profilo politico sia sotto il profilo economico, da persone competenti ed oneste. Ora, se è vero che a giudicare della competenza e delle capacità professionali di ciascuno di noi è bene siano chiamati gli altri, è altrettanto vero che della onestà di ciascuno di noi nessuno meglio di noi stessi può avere certezza: ne consegue, per quanto riguarda la preparazione e la competenza dei futuri amministratori, l’esigenza improrogabile di istituire vere e proprie scuole di formazione politica, mentre, per quanto riguarda l’onestà delle future classi dirigenti, solo un buon esame di coscienza ed il coraggio di scendere personalmente può portare a buoni risultati.

Spetterà poi agli elettori, giovani e meno giovani, prendere coscienza della necessità di cambiamento e, quindi, votare per chi merita stima e fiducia, e non per chi promette favori personali in cambio del voto Chissà se quest’anno, a furia di ascoltare e riascoltare l’Inno di Mameli, insieme all’Italia, si “desteranno” finalmente anche gli elettori!!    

 

 

 

                                                                                               Renato Sgroi Santagati