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A proposito della LINGUA SICILIANA

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A chi nega essere quella siciliana una “lingua”, definendola (magari sprezzantemente) un “dialetto”, è necessario ricordare che già i rimatori del Duecento e lo stesso Dante Alighieri (De vulgari eloquentia) considerarono il volgare siciliano come loro lingua base e che il Siciliano, per quasi due secoli (XI° e XII°), fu considerato la lingua della poesia (Ciullo d’Alcamo nel Contrasto amoroso scrisse: “  per te non aio abbento “). Senza nulla togliere ai rilevanti contributi greco, arabo, latino e di tutte le popolazioni con cui è venuto a contatto, nei vari secoli, il popolo siciliano, fu proprio con la “scuola siciliana” che si cominciò a forgiare la prima lingua letteraria della Penisola.

In ogni caso, lingua o dialetto che sia,  è innegabile che il siciliano ha dato modo di esprimere i propri sentimenti e la propria vena artistica ai grandi letterati, poeti e scrittori siciliani.

Né va sottovalutato, peraltro, il valore dei dialetti se solo si riflette sulla portata del contributo che essi hanno avuto nella formazione e nella diffusione della cultura popolare. Vale la pena ricordare, al riguardo, che già nel 1874, Napoleone Caix (Nuova Antologia, FI, pag. 1) osservava che anche la scienza “ … ai vernacoli plebei volge di preferenza i suoi studi, perché in essi soltanto rinviene molte delle migliorie ricchezze che nelle lingue scritte andaron perdute.” Ed è il caso di ricordare anche che, appena qualche decennio fa, Leonardo Sciascia affermava: “è provata l’impotenza degli italiani a fare realismo se non nei termini della dialettalità”.

Peraltro, che la lingua è parte fondamentale del patrimonio culturale di un popolo ce lo ricorderà per sempre uno dei versi più belli del nostro grande Ignazio Buttitta: “Un populu diventa poviru e servu, quannu ci arròbbanu a lingua additata di’ patri: è persu pi sempri …”. Queste poche parole esprimono in maniera lapidaria l’importanza del ruolo che riveste  la nostra lingua per il futuro del popolo siciliano.

Sottovalutare l’importanza della nostra lingua equivarrebbe a cancellare per sempre i profumi della nostra terra (‘u ciauru do’ gelsuminu e da’ zagara), gli aromi e gli antichi sapori dei nostri piatti tipici, il suono delle nenie che le nostre nonne e le nostre madri ci hanno cantato, i colori intensi del nostro mare, del nostro cielo e dei luoghi incantati dell’entroterra siciliano, i suoni dei mercatini rionali unni si vinni o si  vannìa comu li patri.

Questo meraviglioso patrimonio non può e non deve essere trascurato né andare disperso. Deve invece essere salvaguardato e trasmesso di generazione in generazione. Sarà compito sacrale dei maestri elementari siciliani porgere agli alunni delle prime classi le nozioni basilari della nostra lingua e sollecitare in essi la voglia di leggere e di scoprire, che è prerogativa precipua dei bambini, magari insegnando loro i nostri canti popolari o raccontandogli le nostre favole!  

Mi piace ricordare, qui, uno tra i più bei canti popolari: ‘N gnornu ca lu Diu Patri era cuntenti/ e passiava in celu ccu li Santi / a lu munnu pinsau fari un prisenti, / e di la cruna si scippau un diamanti; / ci addutau tutti li setti elementi; / lu pusau a mari ‘n facci a lu livanti: / lu chiamaru Sicilia li genti, / ma di l’Eternu Patri è lu diamanti!

E mi sia consentito ricordare, infine, Vittorio Emanuele Orlando: “Io ho più volte lamentato, come un ingiusto trattamento verso la Sicilia, l’ignoranza in cui è tenuta la storia di essa, in quanto potrebbe e dovrebbe, invece, formare parte preziosa del tesoro comune di glorie italiane”.

Renato Sgroi Santagati

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