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PROGETTO R.E.C.I..Recupero Ecologico Chimico, impatto ambientale zero

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Il profondo stato di degrado impone –oggi più che mai- un attimo di attenzione su una tecnologia, assolutamente innovativa ed ampiamente testata, che consentirebbe, nella totale salvaguardia dell’ambiente, di risolvere il problema dei R.S.U. e non solo, attraverso un processo di “industrializzazione”, e non a caso uso questo termine, degli stessi. Una vera, se vogliamo, rivoluzione copernicana.
Ma, facciamo un passo indietro per abbattere quel muro di menzogna, eretto dai Media a sistema, sugli INCENERITORI e non termovalorizzatori, tengo a precisare, stante che la Commissione Europea ha diffidato l’Italia dal perseverare nell’utilizzo di questo neologismo truffaldino avente la subdola finalità di condizionare l’impatto emotivo sui cittadini.


Più in generale, nel nostro Paese la gestione dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU) sta diventando alquanto problematica; per questa ragione l’Italia ha inserito la gestione dei rifiuti all’interno di una più generale strategia integrata di sviluppo sostenibile.
In sintesi, il concetto vigente è che l’uso razionale e sostenibile delle risorse deve essere impostato seguendo un rigoroso ordine gerarchico di priorità:
- riduzione della produzione e soprattutto della pericolosità dei rifiuti;
- sostituzione delle sostanze pericolose per l’ambiente contenute nei prodotti, con altre meno pericolose;
- riutilizzo e valorizzazione dei rifiuti sottoforma di materia.
Questi basilari principi sono contenuti nel IV Programma di Azione Comunitario e sono chiaramente enunciati nella Community Waste Management Strategy, il documento di riferimento della nuova politica di gestione dei rifiuti.
Il VI Programma d’azione per l’ambiente 8COM – 2001 – 31 definitivo), approvato dalla Commissione Europea, pone soprattutto l’accento sulla necessità d’intervenire in maniera più incisiva sulla prevenzione della quantità e della pericolosità dei rifiuti.
Si tenga presente che “Agenda 21”, strumento normativo e procedurale che stabilisce una strategia globale per lo sviluppo sostenibile, prevede, quale punto chiave, la promozione di tecnologie idonee al riciclaggio ed alla riutilizzazione dei r.s.u.
Un’alternativa è rappresentata dall’incenerimento, che quando è accompagnato da recupero di calore è denominato “termodistruttore”.
Diamo preliminarmente un’occhiata al quadro normativo. Secondo la normativa europea, art. 2, lett. “b”, Direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27.9.2001, la frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile, con la conseguenza che solo la parte organica può essere avviata agli inceneritori rimanendo esclusa quella non organica, considerata solo un rifiuto da smaltire escludendone esplicitamente la valenza di recupero.
In merito, la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per gli incentivi dati dal Governo per produrre energia bruciando rifiuti non biodegradabili considerandoli fonte rinnovabile (v. art. 17 D.Lgs. 29.12.2003, n. 387).
Il Decreto Ronchi, peraltro, agli artt. 5 e 6, in sintonia con quanto sin ora detto, prevede lo smaltimento dei r.s.u. mediante gli inceneritori solo in via residuale nella gestione del ciclo, laddove i rifiuti da avviare allo smaltimento finale devono essere il più possibile ridotti potenziando la prevenzione e le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero dei rifiuti, con particolare riferimento al reimpiego di materie prime e di prodotti ottenuti dalla raccolta differenziata.
La stessa normativa a livello europeo è, comunque, caratterizzata da un buon tasso di voluta ipocrisia, laddove afferma che i valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l’ambiente e i relativi rischi per la salute umana, per la qualcosa:
1) i limiti delle emissioni sono riferiti al mc di fumi e non all’emissione totale; pertanto, bruciando più rifiuti si ottengono più fumi e quindi maggiore inquinamento;
2) i limiti non sono stabiliti su rigorose basi scientifiche, ma in base alle tecnologie di abbattimento degli inquinanti disponibili in un dato momento sul mercato, con deroghe per i vecchi impianti; cioè, le norme non garantiscono necessariamente un valore di concentrazione degli inquinanti “sicuro” in base a studi medici ed epidemiologici circa gli effetti sulla salute, ma si riferiscono a valori che è possibile ottenere tecnicamente con i migliori impianti disponibili in quel momento;
3) peraltro, gli aleatori limiti di legge scontano l’effetto del tempo trattandosi di sostanze tossiche persistenti, per la qualcosa il grado di inquinamento non va misurato al camino, ma verificato nei terreni in un raggio di 20 km e nelle acque;
4) la normativa comunitaria impone un conferimento in discarica di un quantitativo massimo del 15% del rifiuto conferito (un termovalorizzatore produce un residuo del 30% sotto forma di scorie (25%) e di ceneri (5%) altamente tossiche, con il divieto di avviare all’incenerimento un rifiuto non pretrattato e quindi putrescibile.
Piace, infine, ricordare l’art. 5 del Nuovo Codice Deontologico dei Medici, laddove il medico ha il dovere di promuovere la tutela dell’ambiente, di considerarlo quale risorsa per la salvaguardia della salute individuale e collettiva, all’insegna di processi di sviluppo ecocompatibili, onde garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile.
E veniamo agli inceneritori
Nostro padre Lavoisier nel 1786, scoprendo che la massa non si distrugge affermava, “nulla si crea, nulla si distrugge”, basterebbe ciò per dirla tutta.
E’ ampiamente provato come gli inceneritori producano forti squilibri all’ecosistema a causa dell’elevata quantità di anidride carbonica liberata, consumando enormi quantità di ossigeno e producendo, altresì, anche in assenza di materie plastiche escluse preliminarmente dal processo, diossina, composto, come noto, fortemente nocivo.
La diossina è una sostanza estremamente tossica, che, causa l’elevata stabilità chimica per il suo alto peso molecolare e la grande affinità con le sostanze grasse, oltre a rappresentare un pericoloso inquinante dell’aria, ricadendo a terra si accumula progressivamente, con un rischio sanitario elevatissimo, nelle zone d’impatto, in particolare nel terreno e nei sedimenti marini, lacustri e fluviali prima e nella catena alimentare, latte materno compreso, dopo.
Nessun inceneritore può dirsi sicuro, laddove anche i più moderni riescono a trattenere solo una parte del particolato prodotto dalla combustione (le c.d. nanoparticelle da PM10 a PM5), ma non esistono filtri o sistemi per l’intercettazione di quelle più insidiose per la salute umana (da PM 2,5 a PM 0,1). Esse, liberate in natura, in sospensione per lunghi tempi in atmosfera e depositatesi lentamente al suolo, fissandosi nell’organismo umano, e peraltro presente in dosi elevate nel latte materno e nel latte vaccino, sono causa di tumori ai polmoni, alla pleura, di sarcomi, di diabete, d’infertilità, di leucemie e linfomi, di disturbi ai sistemi endocrino, respiratorio, neurologico ed immunitario, nonché di malformazioni fetali, di replicazione cellulare incontrollata e di affezioni cardiovascolari (per come affermato dai medici dell’ISDE, Associazione Medici per l’ambiente).
La notevole incidenza dei sarcomi, tumori molto rari, c.d. tumori “sentinella” , tumori “spia”, è il segnale di un inquinamento generalizzato da diossina.
Le emissioni di sostanze tossiche persistenti (in particolare diossine e furani), seppur entro i limiti di legge, sono da considerarsi comunque significative se sono protratte nel tempo nello stesso luogo, per come evidenziato dallo stesso D.Lgs. 152/2006.
Si può con certezza affermare che non esiste una soglia minima di sicurezza per le diossine, le quali possono essere nocive per l’uomo a qualsiasi livello di assimilazione.
Molte sostanze nocive sono misurate in “ng”, per le diossine, invece, si ricorre, proprio per la loro elevatissima tossicità, ad unità di misura bassissima come il “picogrammo” (pg), che equivale ad 1/1.000.000.000 di mg.
Il limite massimo normativamente previsto dall’UE è di 100 pg/mc di fumi, ovvero 1/100.000.000 mg.
Ben 62 Paesi del Mondo (21 europei) hanno aderito all’Alleanza Globale Contro gli Inceneritori (GAIA).
Molti Paesi europei si sono già impegnati con la Convenzione OSPAR ad eliminare gradualmente tutte le emissioni di sostanze pericolose nell’ambiente, entro il 2020. E’ praticamente impossibile raggiungere tale obiettivo con la tecnologia dell’incenerimento. L’OSPAR sostiene che esiste già una sufficiente evidenza dell’impatto ambientale e sanitario dell’incenerimento dei rifiuti, tale da richiedere una completa eliminazione di questa tecnologia. In tal senso si pronunciamo, altresì, le Convenzioni di Bamako e di Rio. La Convenzione di Stoccolma del 2001 auspica il totale bando dei processi d’incenerimento, per la loro alta tossicità, rimanendo i finanziamenti europei volti al recupero ed al riuso dei rifiuti;
Orbene, un moderno termovalorizzatore emette mediamente fumi con una quantità di diossine pari a 40 pg/mc, ovvero da 800 a 80 volte superiore a quella presente nell’aria prelevata dello stesso impianto dall’ambiente esterno per l’incenerimento (da 0,05 a 0,5 pg/mc). Pur nel rispetto, pertanto, dei limiti imposti, siamo in presenza di un dato significativo.
Un termovalorizzatore, quindi, capace di lavorare 800t/giorno di r.s.u. (pari ad un comprensorio oscillante fra i 550.000 e gli 800.000 abitanti) produce 5.040.000 mc di fumi che, moltiplicato 40 pg/mc, nelle 24 ore, equivale ad una produzione di 201.600.000 pg al giorno.
Fonti mediche riferiscono che la dose massima di diossina tollerabile per un individuo adulto del peso di 70 kg è di 140 pg/giorno; invece, la predetta quantità di 201.600.000 pg di diossina, nell’area interessata porterebbe ad un carico per soggetto di 252 pg/giorno, ben aldilà del limite di tollerabilità.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa in 3,4 – 10 pg/mq di terreno il valore massimo di diossina.
Inoltre, le polveri decantate presentano tracce di inquinanti xenobiotici, microinquinanti della famiglia cui appartiene anche la diossina.
Peraltro, il processo di termodistruzione, causa la combustione, libera nell’aria un’elevata quantità di anidride solforosa, che si trasforma con i vapori dell’acqua della combustione stessa in acido solforico incrementando le piogge acide, rimanendo altresì il problema della sistemazione delle ceneri (il 30% del conferimento, laddove, ad esempio, in Sicilia si conferiscono ogni giorno 5.400 t di r.s.u. ed in Campania 7.300 t), richiedente a sua volta discariche adeguate; per non dire dell’elevata temperatura d’esercizio (mediamente 1200°C), che comporta un innalzamento della temperatura dell’atmosfera, in contrasto con il protocollo di Kyoto.
Senza considerare che l’impermeabilizzazione dei grossi bacini (ve ne dovrebbero essere in misura tale da ridurre la terra ad una gruviera fortemente inquinata) delle discariche non garantisce in ogni modo la perfetta ermeticità consentendo il percolamento e la diffusione nelle falde profonde dei prodotti della fermentazione anaerobica e dei tossici presenti nei rifiuti iniziali (rischio ben presente a Chiaiano).
Gli inceneritori, in effetti, producono energia elettrica e riscaldamento, con un’efficienza energetica bassissima rispetto al riciclaggio dei materiali bruciati, ovvero non consentono un vantaggio energetico, in quanto l’energia necessaria per l’incenerimento è 3 o 4 volte maggiore di quella che si può ottenere bruciandoli; energia considerata, quindi, solo un “sottoprodotto” e non certo un “business” tale da attrarre capitali privati, in quanto molto costosa, a meno che non si preveda un sostanzioso intervento della mano pubblica, con la possibilità di forti ripercussioni sui contribuenti. Gli inceneritori possono definirsi, pertanto, sistemi a bilancio energetico negativo, laddove l’energia prodotta è inferiore a quella impiegata nel trattamento. Quindi, sarebbe più corretto dire che trattasi non di impianti per la produzione di energia, ma per il parziale recupero di energia. Ciò è anche dovuto allo scarso potere calorico dei rifiuti, laddove occorre preliminarmente escludere le sostanze plastiche, per limitare in qual maniera la produzione di diossina.
Del resto, l’obiettivo di minimizzare le emissioni di diossine contrasta con il recupero di energia, in quanto un’elevata temperatura di combustione e un veloce raffreddamento dei fumi, condizioni ideali per ridurre la formazione di diossina, sono incompatibili con una massima efficienza nel recupero dell’energia termica.
Orbene, per limitare la produzione di diossine e di altri inquinanti, si tende ad aumentare le temperature di esercizio, ma tale innalzamento delle temperature porta ad un incremento di ossido di azoto e soprattutto di particolato, il quale tanto più fine è tanto più è difficilmente intercettabile anche con i più moderni filtri. In sintesi: > t° -diossina, -recupero energetico, +particolato; < t° +recupero energetico, +diossina, -particolato. E’ come un cane che si morde la coda.
Circa l’impatto ambientale dei termovalorizzatori si può, del resto, osservare che:
- in presenza di cloro nei rifiuti introdotti, nelle fasi di post-combustione si formano variabili quantità di acido cloridrico e di molecole altamente tossiche, oltre alle diossine, come i furani;
- la varietà dei materiali introdotti nel combustore, data la complessità del rifiuto raccolto, rende impossibile escludere dall’incenerimento sostanze fortemente nocive;
- peraltro, le alte temperature provocano la volatilizzazione di particelle, che ricondensandosi danno vita anche a composti non conosciuti di cui, pertanto, non si è in grado di valutare il grado di rischiosità e quindi l’impatto sull’organismo;
- fra le acque di scarico possono trovarsi alte concentrazioni di metalli pesanti, presenza non limitata quindi alle sostanze aerodisperse o ai siti di stoccaggio delle ceneri;
- i processi d’incenerimento, come anzi cennato, non sono in grado di distruggere la materia, ma solo di modificarne la composizione (la somma dei pesi ponderali delle sostanze introdotte in un bruciatore è uguale dall’inizio alla fine della reazione; ciò comporta che le molecole organiche complesse si degradano (con temperature d’esercizio fra i 400 ed i 1600° C) sino alla loro struttura atomica, con il risultato che all’uscita dei fumi si avranno sostanze atomicamente ricombinate, in modo tale da formare nuovi e spesso più tossici composti;
- i sistemi di abbattimento degli inquinanti, attualmente presenti nei termovalorizzatori di nuova generazione, neutralizzano essenzialmente l’acido cloridrico e fluoridrico e rimuovono il particolato prima che questo lasci il camino di emissione. Gli abbattitori ad umido “lavano” i gas alla base del camino, i filtri elettrostatici catturano una parte del particolato, le polveri primarie filtrabili, ma non le primarie condensabili e le secondarie. I sistemi di abbattimento ed i filtri non sono però in grado di distruggere il rifiuto incombusto e di prevenire la formazione di nuovi composti tossici, concentrando le sostanze dannose filtrate sotto forma di polveri altamente contaminate (circa il 30% del rifiuto iniziale), bisognose di essere conferite in discariche speciali dal sicuro negativo impatto ambientale e necessitanti di una costante sorveglianza per l’alta tossicità e nocività;
- le polveri sottili rilasciate nell’aria sono nocive a causa delle loro piccole dimensioni e del fatto che con sé trasportano materiali tossici e nocivi residui della combustione, come idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, metalli pesanti, diossine e furani, pericolosi perché, a causa del loro elevato peso molecolare, sono persistenti e solubili nei grassi dove tendono ad accumularsi, insediandosi per ciò negli organismi viventi (creandosi intorno ad esse un tessuto granulare potenzialmente tumorale) e divenendo parte integrante della catena alimentare. Purtroppo i limiti relativi alle emissioni degli inceneritori non considerano la finezza delle polveri, ma solo il peso totale di 10 mg/mc;
- le scorie pesanti, formate dal rifiuto incombusto possono anche essere soggette, laddove non troppo contaminate, a riciclaggio in edilizia, laddove però recenti studi, tuttavia in corso, dimostrano la tossicità dei calcestruzzi contenenti dette scorie, con l’aggravante che la ricerca sull’impiego di questi residui nel cemento ha mostrato che la resistenza del cemento alla compressione diminuisce quando sono usate le ceneri di fondo rispetto agli aggreganti convenzionali;
- rimane, inoltre, ancora tutta da valutare l’emissione effettiva di gas serra.
In un raggio di 3,5 km dall’impianto di Forlì si registra un incremento di tumori femminili del 54%. Negli USA non si costruiscono termovalorizzatori dal 1995, tecnologia assente in Canada, in Australia e prossima ad essere dismessa in Inghilterra, Spagna, Austria, Germania una volta ammortizzati i costi. Noi vorremmo avviare processi che gli altri si stanno lasciando alle spalle.
L’Ordine dei Medici, in Francia, ha chiesto l’abolizione del sistema di incenerimento dei rifiuti.
In Italia, Terni e Colleferro sono sotto sequestro; Brindisi e Pietrasanta chiusi; Desio, Valmadrera e Cremona necessitano di importanti interventi; Brescia è stato coinvolto in due violazioni delle direttive europee. Il mostro di Acerra dovrebbe lavorare giornalmente 1644 t di rifiuti; in Campania se ne conferiscono 7.300 al giorno, in Sicilia circa 5.400.
Il termovalorizzatore di Acerra, a regime, dovrebbe emettere 548 milioni di pg/giorno di diossine, che se rapportate ad un bacino di 4.000.000 di abitanti porta ad un carico pro-capite di 137 pg, di poco al di sotto dei limiti di legge (o meglio…livello di rischio considerato ragionevole…da chi e per chi….), peccato che Acerra conti solo 44.000 abitanti. Dal 28/5/2009 l’ARPAC ha rilevato nell’aria di Acerra polveri inquinanti per una media di 76,3 micron/mc, a fronte di un limite è di 50 micron; dal 28/5/2009 al Settembre del c.a. si sono registrati ben 250 gg in cui si sono sforati i limiti di legge (la normativa prevede una tolleranza di 35 gg. in un anno). Sempre ad Acerra, alcune linee sono state fermate per “fenomeni di corrosione anticipata delle superfici metalliche dei forni, causa i fumi acidi dei rifiuti inceneriti. Acerra è costato 355 mlm di euro e, dall’inizio dell’attività, 50 mln in manutenzione. Per non dire dei collaudi dubbi e delle interazioni (per usare un eufemismo) con la Protezione Civile. Ma questo è terreno della Magistratura. Basta alle prebende fra mondo degli Affari (senza scomodare altri mondi…) e Politica, tutto sulla pelle della gente.
La filosofia del riciclaggio non ha trovato soluzione che quella della cernita e del riutilizzo differenziato (vetro, carta, plastica, ferro, alluminio), processo senza un ben definito ritorno economico imputabile ai costi di selezione e al minor valore dei manufatti realizzati (raccolta differenziata che ha, peraltro, raggiunto mediamente percentuali non superiori al 10 – 25%, a fronte di un obiettivo del 35% al 2003 fissato dal D.Lgs. 22/97, c.d. “Decreto Ronchi” e del 65% al 2012, ex Legge 152/06).
La plastica può essere destinata solo alla realizzazione di manufatti non pregiati; il vetro dovrebbe essere separato per colore; la carta richiede elevati costi di rigenerazione e l’impiego di acidi per la decolorazione, altamente inquinanti.
Inoltre, il rifiuto indifferenziato (lavorabile, invece, con il procedimento R.E.C.I.), non può finire direttamente in un inceneritore, stante che deve prima essere sottoposto ad un trattamento che separa il materiale combustibile (carta, plastica, stracci) da quello inerte (cocci) e organico (residui alimentari da inertizzare); in pratica, il lavoro dei sette impianti CDR (di trattamento meccanico-biologico) che in Campania hanno prodotto milioni di “ecoballe” accumulate in enormi piramidi maleodoranti e mal differenziate, in discariche sature, con un costo di smaltimento/stoccaggio minimo di circa 0,30 €/Kg., e fortemente nocive . Il Lancet – Oncology ha definito il “Triangolo della morte” la zona fra le città di Nola, Acerra e Marigliano: in Campania, dal 1995 al 2002 si è registrato un incremento della mortalità maschile del 9%, femminile del 12% e dell’84% dei tumori al polmone, allo stomaco, dei linfoni, dei sarcomi e di varie malformazioni congenite.
“Potrete ingannare tutti per un po’, potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre” sosteneva Abramo Lincoln; orbene, il fondamentale diritto alla salute, costituzionalmente garantito (art. 32) può e deve essere fatto valere nei confronti di tutti coloro che per ignoranza o perché collusi o anche in perfetta buona fede continuano a parlare in Italia, avendo in materia anche potere decisionale, di termovalorizzazione. Il pubblico amministratore è il custode di tale fondamentale diritto e contro di esso, in difetto, si può agire anche penalmente, per attentato alla salute pubblica, ex artt. 328, c. 1, 434 e 449 c.p. ed in sintonia con quel principio fondamentale sancito dall’art. 40 dello stesso codice, secondo cui “non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire, equivale a cagionarlo”, laddove la responsabilità penale è personale. Non si può termovalorizzare il diritto fondamentale alla salute!
Non v’è dubbio che il principio vigente è che l’uso razionale e sostenibile delle risorse deve essere impostato secondo un ordine gerarchico di priorità, che vede sostanzialmente preminente la necessità di ridurre la pericolosità dei processi di smaltimento dei rifiuti, nonché il loro utilizzo e valorizzazione sotto forma di materia, con la conseguenza che il tema della salvaguardia dell’ambiente viene ad assumere carattere primario, con la necessità di sviluppare azioni attive di gestione del territorio, con la partecipazione di soggetti privati, individuando utili attività progettuali quali mezzo al fine precipuo di mettere insieme tutte quelle sinergie per giungere ad un’ottimale gestione dei rifiuti, tale da garantire la salvaguardia del predominante interesse pubblico della tutela del territorio e della salute dei cittadini.
Peraltro, la realizzazione degli inceneritori, anche se venisse realizzata a tappe forzate, violando di fatto lo stesso “stato di diritto”, come sta avvenendo, comporterebbe comunque almeno 3 – 4 anni per la realizzazione e conflitti devastanti per la stessa tenuta democratica delle Istituzioni, con consequenziale perdita di consenso, non potendo prescindere dal coinvolgimento delle comunità locali. La termovalorizzazione comporta anche una perdita d’immagine e di qualità per le produzioni agrozootecniche legate alla tipicità dei prodotti locali, nelle aree d’influenza, con svilimento del valore dei terreni circostanti e gravi ripercussioni per l’economia del territorio.
In merito, la Convenzione di Arrhus impone la massima divulgazione del sapere ambientale e raccomanda il ricorso alle conferenza di servizio, utile strumento per comunicare con le amministrazioni locali. Aspetto di assoluta centralità per una efficace ed effettiva salvaguardia dell’ambiente, grazie al più ampio coinvolgimento possibile.
Necessita politicamente prendere atto del fallimento del D. Lgs. 22/97, che di fatto ha favorito solo l’incenerimento dei rifiuti ed addirittura lo ha incentivato con procedure semplificate.
Occorre una riscrittura della normativa sui rifiuti svolta in piena sovranità dal Parlamento, ma anche attraverso un ampio consapevole confronto perché in giuoco vi è lo stato dell’ambiente, la salute dei cittadini e si soldi pubblici.
Occorre riscrivere il piano regionale dei rifiuti alla luce anche di tecnologie innovative e non invadenti, promuovendo un sicuro miglioramento della qualità dell’ambiente, della vita, nel quadro di uno sviluppo sostenibile, all’insegna non di misure estemporanee, ma di soluzioni nel breve periodo che tengano, in modo strutturale, conto delle esigenze immediate.

Si legge negli atti del 15.2.2006 della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse (relatore l’On.le Paolo Russo):

Inceneritori, pag. 12 “anche queste metodologie hanno i loro aspetti positivi e negativi e, in particolare, per quanto riguarda i secondi, legati essenzialmente all’impatto ambientale che gli impianti di termovalorizzazione possono avere”… “E’ anche per questo che è necessario il rilancio delle attività di ricerca e lo sviluppo di nuove e avanzate tecnologie che garantiscano prima di tutto la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente”… “A tale scopo deve essere garantita la più ampia informazione e la partecipazione dei cittadini a tutte le scelte di indirizzo (tecnologia impiegabile, localizzazione degli impianti, etc.).
Le iniziative che aiutano l’ambiente devono essere aiutate.
Con il nostro sistema la raccolta differenziata, oggi primo anello della catena, diviene solo un problema di valutazione economica; non è un mistero che flussi consistenti di materiali raccolti per via differenziata vengono conferiti ai termovalorizzatori invece che al rifiuto indifferenziato (es. plastica, per il maggior potere calorico), o finiscono in discarica.
L’ideale è il totale recupero della materia senza alcun bisogno di “dubbi abbandoni” in sicurezza delle scorie, con un loro confinamento in aree determinate, rovinate per sempre e come tali da tenere sotto controllo. Aree sicuramente di dubbio abbandono, nel caso delle scorie, rifiuti ad alta persistenza, laddove garantire il controllo, la stabilità e la tenuta delle barriere, per i lunghi tempi richiesti, diviene alquanto problematico, se non impossibile, con i consequenziali costi di messa in sicurezza e di bonifica dei siti.
Ciò deve portare verso lo sviluppo di tecnologie “pulite” ed alla ricerca ed al rispetto del consenso e del rispetto del diritto fondamentale alla salute dei cittadini.

Al fine, pertanto, di aprire un ampio dibattito sul tema, facendo seguito ad una analoga iniziativa tenuta nel mese di Aprile dello scorso anno all’ARS, si torna a sottoporre all’attenzione delle Istituzioni e delle Amministrazioni locali l’innovativa tecnologia R.E.C.I. (Recupero Ecologico Chimico Industriale) del Prof. Raffaello Bernabei, ad impatto ambientale “zero”, che consente, come si potrà evincere dalla relazione che segue, la trasformazione dei R.S.U. e/o fanghi, anche non differenziati, tramite un processo di polimerizzazione ed inertizzazione, in conglomerati inerti riutilizzabili primariamente nell’edilizia e nell’arredo urbano consentendo il superamento dell’attuale stato di crisi nel settore dello smaltimento dei rifiuti.
Goethe amava ripetere “qualsiasi cosa tu possa fare o sogni di potere fare, dalle inizio, l’ardimento ha in sé la genialità, la potenza, la magia”.
Si ringrazia l’On.le Dott. Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Siciliana, per avere bloccato il disegno dei termovalorizzatori in Sicilia, ora occorre andare avanti all’insegna di un piano virtuoso ed integrato; parta da questa Mitica Terra, ancora una volta, un messaggio forte per tutto il Paese.
Le Istituzioni, a tutti i livelli, sono chiamate a svolgere una funzione politica ed amministrativa attiva e responsabile, per cui è richiesta capacità di progettazione, onde dare puntuali risposte alle esigenze dei cittadini.


Dr. Donato Marino





 

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